Premessa - 1

"Camera dei deputati 29 aprile 1969, parla l'attuale Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Se fosse stata presa in seria considerazione da chi di dovere la Sua denuncia forse si sarebbero potute evitare stragi e strategia della tensione, si sarebbe potuto evitare che terroristi neri e rossi facessero morti e feriti su tutto il territorio nazionale.
Forse tutte quelle famiglie che hanno perso qualcuno hanno diritto di sapere che l'attuale Presidente della Repubblica tentò con quella sua denuncia probabilmente di evitare sangue, dolori e lutti. Grazie lo stesso Presidente, anche se abbiamo tutti poi purtroppo drammaticamente perso, grazie. Laura
(.......)

La situazione è torbida, onorevoli colleghi; evidenti sono le spinte repressive e reazionarie,le provocazioni e gli intrighi che partono da determinati ambienti delle classi dirigenti e dell 'apparato dello Stato. Non è facile dire dove queste spinte possano in ultima istanza condurre. Non si tratta di intessere romanzi, come talvolta ci si accusa di fare, su presunti pericoli di colpi di Stato . Si tratta di guardare in faccia a quel che di torbido e pericoloso vi è nella situazione e di intervenire con decisione, facendo appello , tra l'altro, a quelle forze legate agli ideali della Resistenza, lealmente impegnate a difendere la Costituzione, che esistono in ogni settore dell'apparato statale, anche se spesso sono mortificate e scavalcate dagli elementi più reazionari che si annidano nei diversi corpi dell'organizzazione dello Stato .Guardare in faccia a quel che di torbido e pericoloso (pericoloso per lo stesso avvenire democratico del nostro paese) vi è nella situazione anche in rapporto a disegni ed intrighi autoritari che possono concepirsi oltreoceano, in ambienti politici, militari e spionistici americani, e procedere per i canali della NATO, di quella organizzazione dell 'alleanza atlantica che noi denunciamo come fonte permanente di limitazione e di insidia per la sovranità e lo sviluppo democratico del nostro paese . "

 

Premessa - 1/bis

Se avete tempo andate a questo link: http://www.pertini.it/cesp/p_doc.htm e leggete se Vi è possibile il doc. 98 "fermate la mano di questi invasati" e il doc. 111 "al generale Eisenhower". Vedrete che quello che dice Mario Ciancarella a proposito della sovranità limitata italiana nell'ambito dei rapporti tra il nostro governo e quello americano nel cap.16 dedicato alla vicenda di Ustica non è qualcosa di inedito. Sandro Pertini nel 1950-1951 aveva già capito dove stava il problema dei problemi di questo paese e lo denunciava apertamente. Non è stato ascoltato, come nel 1969 non è stato ascoltato il presidente Napolitano. Ci sono state le stragi, ci sono stati gli omicidi politici e quelli dei testimoni. La verità non è stata data a quelle vittime. Noi a mio parere dovremmo ricominciare a studiare e capire sempre di più il problema della sovranità limitata italiana nell'ambito dei rapporti tra il nostro governo e quello americano, noi dovremmo ripartire dalle parole di Sandro Pertini per capire lo stragismo, per capire perchè uomini come Sandro marcucci non hanno verità e giustizia e trovare nuove strade nell'ambito politico per dargliela, riprenderci il nostro ruolo di sovrani in questo paese come popolo. 

 

 

Premessa - 2

Dal sito di Repubblica.it testimonianza di Damiano Siracusa

Damiano Siracusa: Sergente a Primavera del 1977. Sono nato in Puglia, in quella parte dell’Italia dalla quale già le mie sorelle e i miei fratelli avevano preso un treno per il Nord e avevo 16 anni, nel ’72, quando mia madre mi disse di trovarmi un lavoro, che soldi per mandarmi a scuola non ce n’erano più. Pasolini lo aveva capito come stavano le cose. Non so a quale universitario di Valle Giulia, se era lì, quale madre avesse detto una cosa del genere. Cinque anni dopo, poco più che ventenne, ero un sottufficiale delle Forze armate ed avevo amici ed ex compagni di scuola che manifestavano nelle file del Movimento o che li contrastavano con la divisa da carabiniere o poliziotto. Una domenica mattina della primavera del ’77, ero insieme ad altri colleghi, nel circolo sottufficiali del mio reparto, una base area vicino a Roma. Giocavo a biliardo e si discuteva degli scontri che il giorno prima si erano avuti in varie piazze italiane. Come accadeva già da un po’ fummo avvicinati da un ufficiale in visita al nostro circolo. Le domande ormai erano sempre le stesse. Come ci saremmo comportati, noi sottufficiali, la cosiddetta spina dorsale delle Forze armate, nel caso in cui fossimo comandati in servizio di ordine pubblico e quindi schierati, armati, contro una folla di manifestanti. Altre volte avevamo sviato il discorso, scherzato e la cosa era finita  lì. Ma quella mattina no, la cosa non andò così. Quella mattina quell’ Ufficiale mi prese proprio di petto. Non fece una domanda in generale e non la fece a tutti. Fece una domanda precisa e la fece a me. Ed io risposi. Risposi che entrando nelle Forze armate, avevo sì prestato giuramento di obbedienza e fedeltà ma non ad un Comandante. Obbedienza e fedeltà alla Repubblica Italiana, alla sua Costituzione ed a qualunque suo governo democraticamente eletto. E che chiunque fosse stato il mio Comandante in piazza avrebbe dovuto fare attenzione agli ordini che mi dava, perché se me ne dava uno sbagliato ci avrei messo due secondi a girarmi e puntare l’arma nella sua direzione. Non ci furono più domande. Passò il ’77, passò Moro e passarono anche i posti di blocco con le mitragliere lungo le strade ma nessuno ci chiese mai di scendere in piazza mentre l’Italia ancora per qualche anno continuò ad avere la febbre. Poi passò anche quella. E passò anche il tempo necessario affinché riuscissimo a ristare insieme, amici, fratelli ed ex compagni di scuola senza spararci addosso per la politica. Non so quanti altri militari delle Forze armate italiane risposero, ed in che modo, a domande come quella fatta a me. Ma mi piace pensare che fummo in molti. E che grazie a quelle risposte l’Italia non è stata il Cile, l’Argentina o la Grecia. E a chi mi chiede da quale parte della barricata io stessi in quegli anni, rispondo che non stavo dalla parte giusta né da quella sbagliata. Io stavo con la mia divisa dalla parte dove la Costituzione mi comandava di stare: al mio posto. Sono stati anni di gioco duro ed a volte anche sporco, molto sporco, ma io ero l’Arbitro. E per quanto ne so io l’Arbitro non gioca.

 

Premessa -3

La Resistenza
La riconquista della libertà

Lungo è il cammino percorso dai patrioti italiani per riconquistare la libertà e questo cammino non ha soluzioni di continuità, perché la Resistenza, a mio avviso, non è un fatto storico a sé stante, ma è stata la continuazione della lotta antifascista. I patrioti che, sotto la dittatura, si sono battuti forti solo della loro fede e della loro volontà, partecipano alla lotta armata della Resistenza.
Qui vi sono uomini che hanno lottato per la libertà dagli anni '20 al 25 aprile 1945. Nel solco tracciato con il sacrificio della loro vita da Giacomo Matteotti, da don Minzoni, da Giovanni Amendola, dai fratelli Rosselli, da Piero Gobetti e da Antonio Gramsci, sorge e si sviluppa la Resistenza.
Il fuoco che divamperà nella fiammata del 25 aprile 1945 era stato per lunghi anni alimentato sotto la cenere nelle carceri, nelle isole di deportazione, in esilio.
Alla nostra mente e con un fremito di commozione e di orgoglio si presentano i nomi di patrioti già membri di questo ramo del Parlamento uccisi sotto il fascismo: Giuseppe Di Vagno, Giacomo Matteotti, Pilati, Giovanni Amendola; morti in carcere Francesco Lo Sardo e Antonio Gramsci, mio indimenticabile compagno di prigionia; spentisi in esilio Filippo Turati, Claudio Treves, Eugenio Chiesa, Giuseppe Donati, Picelli caduto in terra di Spagna, Bruno Buozzi crudelmente ucciso alla Storta.
I loro nomi sono scritti sulle pietre miliari di questo lungo e tormentato cammino, pietre miliari che sorgeranno più numerose durante la Resistenza, recando mille e mille nomi di patrioti e di partigiani caduti nella guerra di Liberazione o stroncati dalle torture e da una morte orrenda nei campi di terminio nazisti.
Recano i nomi, queste pietre miliari, di reparti delle forze armate, ufficiali e soldati che vollero restare fedeli soltanto al giuramento di fedeltà alla patria invasa dai tedeschi, oppressa dai fascisti: le divisioni ''Ariete'' e ''Piave'' che si batterono qui nel Lazio per contrastare l'avanzata delle unità corrazzate tedesche; i granatieri del battagione ''Sassari'' che valorosamente insieme con il popolo minuto di Roma affrontarono i tedeschi a porta San Paolo; la divisione ''Acqui'' che fieramente sostenne una lotta senza speranza a Cefalonia e a Corfù; i superstiti delle divisioni ''Murge'', ''Macerata'' e ''Zara'' che danno vita alla brigata partigiana ''Mameli''; i reparti militari che con i partigiani di Boves fecero della Bisalta una roccaforte inespugnabile.
Giustamente, dunque, qundo si ricorda la Resistenza si parla di Secondo Risorgimento. Ma tra il Primo e il Secondo Risorgimento protagoniste sono minoranze della piccola e media borghesia, anche se figli del popolo partecipano alle ardite imprese di Garibaldi e di Pisacane. Nel Secondo Risorgimento protagonista è il pppolo. Cioé guerra popolare fu la guerra di Liberazione. Vi parteciparono in massa operai e contadini, gli appartenenti alla classe lavoratrice che sotto il fascismo aveva visto i figli suoi migliori fieramente affrontare le condanne del tribunale speciale al grido della loro fede.
Non dimentichiamo, onorevoli colleghi, che su 5.619 processi svoltisi davanti al tribunale speciale 4.644 furno celebrati contro operai e contadini.
E la classe operaia partecipa agli scioperi sotto il fascismo e poi durante l'occupazione nazista, scioperi politici, non per rivendicazioni salariali, ma per combattere la dittatura e lo straniero e centinaia di questi scioperanti saranno, poi, inviati nei campi di sterminio in Germania. ove molti di essi troveranno una morte atroce.
Saranno i contadini del Piemonte, di Romagna e dell'Emilia a battersi e ad assistere le formazioni partigiane. Senza questa assistenza offerta generosamente dai contadini, la guerra di Liberazione sarebbe stata molot più dura. La più nobile espressione di questa lotta e di questa generosità della classe contadina è la famiglia Cervi. E saranno sempre i figli del popolo a dar vita alle gloriose formazioni partigiane.
Onorevoli colleghi, senza questa tenace lotta della classe lavoratrice - lotta che inizia dagli anni '20 e termina il 25 aprile 1945 - non sarebbe stata possibile la Resistenza, senza la Resistenza la nostra patria sarebbe stata maggiormente umiliata dai vincitori e non avremmo avuto la Carta costituzionale e la Repubblica.
Protagonista è la classe lavoratrice che con la sua generosa partecipazione dà un contenuto popolare alla guerra di Liberazione.
Ed essa diviene, così, non per concessione altrui, ma per sua virtù soggetto della storia del nostro paese. Questo posto se l'è duramente conquistato e non intende esserne spodestata.
Ma, onorevoli colleghi, noi non vogliamo abbandonarci ad un vano reducismo. No. Siamo qui per porre in risalto come il popolo italiano sappia battersi quando è consapevole di pattersi per una causa sua e giusta; non inferiore a nessun altro popolo.
Siamo qui per riaffermare la vitalità attuale e perenne degli ideali che animarono la nostra lotta. Questi ideali sono la libertà e la giustizia sociale, che - a mio avviso - costituirono un binomio inscindibile, l'un termine presuppone l'altro; non può esservi vera libertà senza giustizia sociale e non si avrà mai vera giustizia sociale senza libertà.
E sta precisamente al Parlamento adoperarsi senza tregua perché soddisfatta sia la sete di giustizia sociale della classe lavoratrice. La libertà solo così riposerà su una base solida, la sua base naturale, e diverrà una conquista duratura ed essa sarà sentita, in tutto il suo alto valore, e considerata un bene prezioso inalienabile dal popolo lavoratore italiano.
I compagni caduti in questa lunga lotta ci hanno lasciato non solo l'esempio della loro fedeltà a questi ideali, ma anche l'insegnamento di un nobile ed assoluto disinteresse. Generosamente hanno sacrificato la loro giovinezza senza badare alla propria persona.
Questo insegnamento deve guidare sempre le nostre azioni e la nostra attività di uomini politici: operare con umiltà e rettitudine non per noi, bensì nell'interesse esclusivo del nostro popolo.
Onorevoli colleghi, questi in buona sostanza i valori politici, sociali e morali dell'antifascismo e della Resistenza, valori che costituiscono la ''coscienza antifascista'' del popolo italiano.
Questa ''coscienza'' si è formata e temprata nella lotta contro il fascismo e nella Resistenza, è una nostra conquista, ed essa vive nell'animo degli italiani, anche se talvolta sembra affievolirsi. Ma essa è simile a certi fiumi il cui corso improvvisamente scompare per poi ricomparire più ampio e più impetuoso. Così è ''la coscienza antifascista'' che sa risorgere nelle ore difficili in tutta la sua primitiva forza.
Con questa coscienza dovranno sempre fare i conti quanti pensassero di attentare alle libertà democratiche nel nostro paese.
Non permetteremo mai che il popolo italiano sia ricacciato indietro, anche perché non vogliamo che le nuove generazioni debbano conoscere la nostra amara esperienza. Per le nuove generazioni, per il loro domani, che è il domani della patria, noi anziani ci stiamo battendo da più di cinquant'anni.
Ci siamo battuti e ci battiamo perché i giovani diventino e restino sempre uomini liberi, pronti a difendere la libertà e quindi la loro dignità.
Nei giovani noi abbiamo fiducia.
Certo, vi sono giovani che oggi ''contestano'' senza sapere in realtà che cosa vogliono, cioè che cosa intendono sostituire a quello che contestano. Contestano per contestare e nessuna fede politica illumina e guida la loro ''contestazione''. Oggi sono degli sbandati, domani saranno dei falliti.
Ma costoro costituiscono una frangia della gioventù, che invece si orienta verso mete precise e che dà alla sua protesta un contenuto politico e sociale. Non a caso codesta gioventù si sente vicina agli anziani antifascisti ed ex partigiani, dimostrando in tal modo di aver acquisito gli ideali che animarono l'antifascismo e la Resistenza.
E da questi ideali essi traggono la ragione prima della loro ''contestazione'' per una democrazia non formale, ma sostanziale; per il riscatto da ogni servitù e per la pace nel mondo.
Ecco perché noi anziani guardiamo fiduciosi ai giovani e quindi al domani del popolo italiano.
Ad essi vogliamo consegnare intatto il patrimonio politico e morale della Resistenza, perché lo custodiscano e non vada disperso: alle loro valide mani affidamo la bandiera della libertà e della giustizia sociale perché la portino sempre più avanti e sempre più in alto. Viva la Resistenza!

Sandro Pertini
Camera dei Deputati, 23 aprile 1970